“Il modo in cui lo spirito è unito al corpo non può essere compreso dall’uomo, e tuttavia in questa unione consiste l’uomo.” (Agostino d’Ippona)
Quando parliamo di comunicazione di solito pensiamo agli altri: quello che diciamo, come lo diciamo, quello che arriva. Ma la comunicazione più costante è quella che avviene dentro di noi, ma quasi nessuno la nota. È lì che nascono i disturbi psicosomatici, in un dialogo tra corpo e mente che non si interrompe mai.
Dentro di te parlano insieme tre voci. C’è il pensiero consapevole, quello con cui ragioni e cerchi soluzioni. C’è un livello emotivo, meno nitido: la sera in cui ti senti agitato e ti convinci che un po’ di cibo ti calmerà. E c’è un livello fisiologico, silenzioso alla coscienza, fatto di tutto ciò che accade chimicamente nel corpo mentre pensi e senti. Queste tre voci non procedono in modo separato, ma si condizionano di continuo.
Rendersene conto conta, perché è la differenza tra subire questi condizionamenti e imparare a usarli.
Quando il corpo si ammala insieme alla mente
Nel lavoro con i miei pazienti vedo emergere qualcosa con regolarità: accanto al disturbo psicologico per cui chiedono aiuto, molto spesso convive un disturbo fisico. Sono i disturbi psicosomatici, dove sintomi del corpo e sintomi della mente si presentano insieme e si aggravano a vicenda. Le due condizioni possono anche non avere un’origine comune, ma la presenza dell’una complica l’altra.
A volte è proprio questo intreccio a spingere una persona a chiedere aiuto: sente che qualcosa nella testa sta pesando sul corpo. Altre volte succede il contrario. Il disturbo fisico viene vissuto come un fatto a sé, scollegato da tutto il resto.
Quello scollegamento non è casuale. Veniamo, infatti, da una cultura che pensa il corpo separato dalla mente, un’abitudine antica che attribuiamo a Cartesio ma che esisteva già nella Grecia classica. È la stessa logica che ha costruito una medicina divisa per organi, dove ogni specialista guarda il suo pezzo e quasi nessuno guarda le connessioni. Che corpo e mente si condizionino a vicenda lo sappiamo da tempo, eppure continuiamo a trattarli come due mondi legati, quando va bene, da una linea retta di causa ed effetto.
Un caso: la notte, il panico e il reflusso
Una persona viene svegliata di soprassalto, nel cuore della notte, da un attacco di panico. Da quella notte i risvegli si ripetono. Anche senza un nuovo attacco, si sveglia in allarme, con la paura di rivivere quel primo episodio. Arriva in terapia per capire cosa le stia succedendo e per liberarsi da quella sensazione.
Andando a guardare da vicino cosa accade in quei risvegli, emerge un quadro di reflusso gastroesofageo. Il reflusso non dà solo bruciore e acidità: può presentarsi con un nodo alla gola, difficoltà a deglutire, un senso di costrizione al petto, e disturba il sonno. Alcune di queste sensazioni somigliano molto a quelle del panico, e da qui le due cose cominciano a rincorrersi.
Il disturbo del corpo accende la paura, la paura attiva il corpo: il cuore accelera, il respiro si fa corto, la gola si stringe. Quei segnali tornano alla mente amplificando la paura, che a sua volta alza ancora l’attivazione. Corpo e mente diventano insieme causa ed effetto l’uno dell’altra e il cerchio si chiude su se stesso fino a poter innescare un vero attacco.
La domanda “ma da dove è partito tutto?” a questo punto conta meno di quanto sembri. Sul circolo si può intervenire a prescindere da dove abbia avuto inizio, a patto di partire da un presupposto diverso da quello dualistico: che “l’anima e il corpo sono una sola e unica cosa” (Spinoza).
Come corpo e mente si parlano davvero?
Attraverso una rete continua di segnali che traducono ciò che senti in ciò che accade nel corpo, e viceversa. Il centro di questo scambio sta nel cervello, in un’area che converte le emozioni in risposte chimiche: quando uno stato d’animo cambia, cambiano gli ormoni che regolano il corpo. È qui che un’emozione diventa reazione fisica, e che una reazione fisica torna ad attivare un’emozione.
In questa rete l’intestino ha un ruolo che per molto tempo abbiamo sottovalutato. Non è solo un organo digestivo: ospita una fitta struttura nervosa propria, tanto da essere chiamato secondo cervello, e convive con una comunità enorme di microrganismi, il microbiota, che vive in simbiosi con noi.
La comunicazione tra intestino e cervello va nei due sensi. L’intestino manda su segnali continui, fame, nausea, tensione. E il cervello, a sua volta, ne influenza il funzionamento, come sa chiunque abbia sentito lo stomaco chiudersi in un momento di stress.
Anche il microbiota partecipa a questo dialogo. Gli studi degli ultimi anni suggeriscono che il suo equilibrio abbia un peso sull’umore, e che uno squilibrio possa concorrere ad aggravare condizioni come l’ansia, la depressione e la sindrome dell’intestino irritabile. Non è un rapporto di causa semplice, il corpo non funziona così, ma un intreccio in cui l’equilibrio dell’uno sostiene l’equilibrio dell’altro.
Dove si interviene
Torniamo alla persona che si sveglia di notte in allarme. Sapere tutto questo cambia la posta in gioco. Il suo problema non è nella testa né nello stomaco: è nel dialogo tra i due, in un circolo che si autoalimenta.
Ed è proprio lì che si interviene: non serve stabilire chi ha cominciato, serve entrare nel punto in cui il cerchio si richiude e togliergli la benzina, spezzando la sequenza che tiene agganciate paura e reazione fisica. È il modo in cui la Terapia Strategica lavora sui disturbi psicosomatici: non contro il sintomo, ma sul meccanismo che lo tiene in vita. Quando quel dialogo cambia, cambiano insieme il sintomo e la sensazione di esserne in balía.
Non sei una mente che abita un corpo. Sei una cosa sola che si parla senza sosta. Imparare ad ascoltare quella conversazione è il primo passo per non esserne più governato.



