Figlio adolescente che si chiude? Ecco cosa sta vivendo davvero.

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C’è un momento, di solito tra gli undici e i quattordici anni, in cui il figlio che conoscevi cambia canale. Si chiude in camera, risponde a monosillabi, mette su una faccia che non gli avevi mai visto. E il primo pensiero che passa per la testa di un genitore, quasi sempre, è: cosa ho sbagliato?

È una domanda che sento spessissimo nel mio studio. Arrivano genitori convinti che quel cambiamento sia un messaggio in codice diretto a loro. Che dietro il silenzio del figlio ci sia una porta chiusa in faccia, un “ce l’ho con voi”. E siccome pensano di essere la causa, si convincono anche di poter essere la soluzione: basta capire, insistere, farsi dire.

Quasi mai è così.

La guerra che tuo figlio sta combattendo non ti riguarda

Un preadolescente che diventa scontroso, ombroso, imprevedibile, il più delle volte non sta reagendo a te, sta reagendo a se stesso. Sta dentro l’unico vero compito di quell’età: capire chi è e chi vuole diventare. È una guerra tutta sua, combattuta a porte chiuse, e tu non sei il nemico. Semplicemente non sei invitato.

Questo è il punto che i genitori faticano di più ad accettare. Perché per anni sei stato il centro del mondo di tuo figlio, e adesso ti ritrovi fuori dalla stanza. L’esclusione non è un incidente, ma è il lavoro che deve fare: per costruirsi un’identità propria ha bisogno di uno spazio dove tu non entri. È sano che sia così. Il problema nasce quando quello spazio, invece di rispettarlo, lo vivi come un tradimento da riparare.

E qui succede una cosa curiosa. Mentre tuo figlio prova a svincolarsi da te, tu hai come pallino fisso proprio lui. Lo osservi, lo studi, cerchi indizi. Più lo vedi diverso, più ti avvicini. Ed è proprio questo rincorrerlo che innesca il meccanismo che poi ti farà dire, tra qualche mese: “Visto? È sempre più strano, sempre più aggressivo.”

Come il genitore costruisce, senza volerlo, il problema che teme

In Terapia Breve Strategica la chiamiamo “tentata soluzione”: la cosa che fai per risolvere un problema e che, se ripetuta nel tempo, diventa il problema stesso.

Funziona così. Vedi il figlio strano. Ti preoccupi. Cominci a fare domande: dove sei stato, con chi, perché quella faccia, cos’hai. Lui si sente osservato, braccato, invaso. E fa l’unica cosa che a quell’età sa fare per difendere il suo spazio: si chiude ancora di più. Alza il muro. A quel punto tu, che lo vedi sempre più impenetrabile, ti allarmi e insisti di più. Lui si irrita sempre più e si chiude a riccio.

Avete iniziato un ballo, ma la musica non si ferma da sola.

Ogni domanda diventa di troppo. Non perché tu voglia il male di tuo figlio ovviamente, ma perché stai trattando un passaggio fisiologico, l’adolescenza, come se fosse un sintomo da decifrare. È una profezia che si autoavvera: sei partito convinto che ci fosse qualcosa che non andava, hai agito di conseguenza e alla fine il conflitto è arrivato davvero. Solo che a crearlo non è stato quello che temevi. È stato il modo in cui l’hai cercato.

Il paradosso è amaro: più ti dai da fare per riavvicinarti a tuo figlio, più lo spingi lontano. Il tuo affetto, incanalato nel controllo, ottiene l’esatto contrario di quello che vuole.

Uscire dal ballo

La buona notizia è che, se sei tu a guidare quel ballo, sei anche tu a poter cambiare passo. Non tuo figlio: tu. Perché la modalità che alimenta il conflitto è la tua ed è l’unica su cui hai davvero potere.

Cambiare passo non vuol dire diventare indifferente, né mollare la presa e sperare che passi. Vuol dire smettere di rincorrere i segreti e imparare a stare alla distanza giusta: presente ma non addosso, disponibile ma non inquisitorio. Vuol dire tollerare di non sapere tutto, che per un genitore equivale ad una rinuncia difficile. E vuol dire fidarsi del fatto che l’adolescenza, quella cosa terribile e necessaria, è una fase che tuo figlio deve attraversare, non una malattia che tu devi guarire.

Detto è semplice. Farlo, quando hai davanti tuo figlio che si allontana e ogni fibra ti dice di trattenerlo, è un’altra cosa. Serve un metodo, e serve lavorare sul tuo caso concreto, non sulle regole generali che leggi in un articolo.

Se vuoi lavorarci davvero

A settembre riapro nel mio studio a Fano Genitori Strategici: amare bene i propri figli, un percorso pratico in presenza. Quattro incontri a numero chiuso, massimo dieci genitori, per lavorare sul tuo caso reale: qual è la tua tentata soluzione, come si è costruito il ballo con tuo figlio, come uscirne. Si parte il 10 settembre.

Se preferisci partire da solo, con i tuoi tempi, ho preparato la guida Genitori Strategici → Figli Liberi: gli stessi principii, in un formato che puoi leggere quando vuoi.

In entrambi i casi, il punto di partenza è lo stesso: togliersi dalla testa che tuo figlio, quando diventa strano, stia parlando di te. Il più delle volte sta solo cercando di capire chi è. E il regalo più grande che puoi fargli è lasciargli lo spazio per scoprirlo, restando lì, a portata di mano, per quando avrà voglia di tornare.

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