Genitori iperprotettivi: perché più li proteggi, più diventano fragili

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Un ragazzo di quattordici anni dimentica la tuta per l’ora di educazione fisica. La madre, che è al lavoro, esce, passa da casa, la porta a scuola. Le costa un’ora e una discussione con il capo, ma non se la sente di lasciarlo lì senza. La settimana dopo lui dimentica il libro di storia. Poi il badge della mensa. Poi di nuovo la tuta.

La madre me lo racconta esasperata: “Non è capace di organizzarsi, devo pensare io a tutto”. Ha ragione, il ragazzo non si organizza. Quello che non vede è perché.

Il circolo che nessuno dei due vede

Lui dimentica, lei rimedia. Finché lei rimedia, lui non ha nessun motivo per imparare a controllare lo zaino: il sistema funziona già, c’è qualcuno che ci pensa. Quindi dimentica ancora. E ogni volta che dimentica, la madre ha una conferma in più che da solo non ce la farebbe, quindi la volta successiva interviene ancora più in fretta.

Nessuno dei due sta facendo qualcosa di irragionevole. Preso singolarmente, ogni gesto della madre è sensato. Messi in fila, quei gesti costruiscono esattamente il problema che lei sta cercando di risolvere.

È questo il paradosso dell’iperprotezione: la protezione produce la fragilità, la quale poi giustifica la protezione stessa.

Di chi è l’ansia che stai calmando

Qui arriva la parte spiacevole da ammettere, quella che in studio fa calare il silenzio.

Quando esci dal lavoro per portare la tuta a scuola, non lo fai solo per tuo figlio. Lo fai anche per non restare tutto il pomeriggio con l’immagine di lui in difficoltà mentre tu non hai mosso un dito. Quella immagine è insopportabile, e l’unico modo che conosci per farla sparire è intervenire.

Non è egoismo, ed è inutile trasformarlo in colpa. È che il tuo intervento risolve un problema reale: il tuo. Il fatto che risolva anche il suo è quello che rende difficile accorgersene.

Molti genitori scoprono a questo punto che stanno portando un vincolo mentale tutto loro: l’idea che un buon genitore sia quello che non lascia mai il figlio in difficoltà. È una regola che si sono dati anni fa e che continuano ad applicare anche quando il figlio ha quattordici anni e due gambe per tornare a casa da solo.

I segnali concreti

L’iperprotezione non si riconosce dalle intenzioni, si riconosce dai gesti. Alcuni sono questi:

  • prepari o controlli lo zaino di un figlio che ha l’età per farlo da sé;
  • scrivi tu ai professori o agli allenatori per questioni che potrebbe gestire lui;
  • anticipi i problemi prima che si presentino, così non deve affrontarli;
  • quando litiga con un amico, intervieni tu per sistemare la cosa;
  • gli eviti la fatica di cose che sa fare, perché fa prima se le fai tu;
  • ti accorgi di essere più in ansia tu, la sera prima di una verifica, di quanto lo sia lui.

Spesso in coppia i ruoli si dividono: uno protegge, l’altro rimprovera l’eccesso di protezione. Il risultato è che il figlio riceve due messaggi opposti e nessuno dei due lo aiuta. Se ti ci ritrovi, il punto da cui partire non è lui, è come vi parlate voi due.

La mossa da provare questa settimana

Il consiglio generico è “lascialo sbagliare”. Non funziona, perché è troppo vago e perché nessun genitore riesce a smettere di proteggere su tutti i fronti insieme.

Scegline uno solo. Una cosa piccola, dove la conseguenza dell’errore sia fastidiosa ma non seria: la tuta dimenticata, il compito non firmato, la merenda non preparata. Per una settimana, su quella cosa, non intervieni. Non lo avverti, non glielo ricordi tre volte, non rimedi.

Preparati a una cosa: la settimana sarà più dura per te che per lui. Sarai tu a dover reggere l’idea che stia in difficoltà. Lui, quasi sempre, se la cava molto prima di quanto ti aspetti.

Questo, tra l’altro, non ha niente a che vedere con l’essere permissivi. I limiti servono, e servono chiari: ne ho scritto in come educare i figli con regole che funzionano. Smettere di sostituirsi a un figlio è un’altra cosa dal lasciarlo senza regole.

Se ti riconosci in questa dinamica

Il primo passo è capire quale schema si è irrigidito nel tuo rapporto con tuo figlio. Il Test S-Vincoli Genitori te lo dice in pochi minuti e ti indica da dove conviene partire.

Se dal test esce una dinamica in cui ti ritrovi e vuoi sapere come intervenire, la guida Genitori Strategici → Figli Liberi ti mostra la trappola in cui sei entrato e la mossa concreta per uscirne.

Quando invece lo schema resiste, e succede spesso perché va avanti da anni, serve un lavoro costruito sul tuo caso. Il percorso di gruppo Genitori Strategici → Figli Liberi parte a settembre e lavora esattamente su questo.

Proteggere meno non vuol dire amare meno. Vuol dire fidarsi che tuo figlio possa reggere qualcosa senza di te. Ed è l’unico modo che ha per scoprire che è vero.

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