IL MOMENTO GIUSTO PER CHIEDERE AIUTO? E’ QUANDO NON CE LA FAI PIU’.

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Quasi sempre, le persone arrivano da me quando hanno già esaurito tutto. Hanno provato da sole, hanno aspettato che passasse, hanno parlato con amici e famigliari, letto libri, scaricato app, fatto corsi di mindfulness. Hanno detto a se stesse “dai, ce la faccio” centinaia di volte e poi, a un certo punto, non è più bastato. Solo allora chiamano per farsi aiutare.

Non lo dico come critica, ma solo come constatazione, come dato di fatto che deriva dal modo in cui tutti noi siamo stati educati a pensare alla sofferenza, ovvero come a qualcosa da sopportare, da gestire, da risolvere da soli. Chiedere aiuto a un* psicoterapeuta, nella cultura in cui siamo cresciuti, ha ancora un sapore di sconfitta. Ma la sconfitta, in questo caso, non c’entra niente anzi, consiste proprio nell’ostinarsi a fare tutto da soli.

Cosa succede mentre aspetti

Quando stai male (e intendo quel male sordo, persistente, che non ti fa dormire o ti fa alzare ogni mattina con quella sensazione di peso) di solito non resti ferm*. Fai qualcosa, vai avanti come sempre e lotti contro quella sofferenza. Il problema è che quello che fai non funziona. Non perché tu sia incapace, ma perché stai continuando a ripetere le stesse strategie che il tuo sistema nervoso conosce già. Eviti quello che ti spaventa, sperando che la paura svanisca. Controlli tutto, sperando che l’ansia si plachi. Ti isoli, sperando che il dolore si attenui. Ti butti nel lavoro, nella cura degli altri, nell’iperattività, sperando che basti. Ma non basta (e lo sai).

Quello che sta succedendo, in realtà, è che sei vincolat*. Non da una debolezza di carattere né da una mancanza di volontà. Ma da schemi precisi, modi di percepire e reagire che si sono costruiti nel tempo, spesso con una logica tutta loro, e che ora ti tengono ferm* anche quando vorresti muoverti. In Terapia Strategica questo meccanismo ha un nome preciso: “tentate soluzioni disfunzionali“: soluzioni che sembrano logiche, che a volte danno persino sollievo momentaneo, ma che nel tempo alimentano esattamente il problema che vorresti risolvere. È come svuotare una barca che fa acqua usando un bicchiere: ti tiene occupat*, ma la barca continua ad affondare. Più vai avanti così e più il vincolo stringe.

“Non ce la faccio più”

Questa è la frase che sento più spesso, nella prima seduta. Le persone arrivano convinte di essere arrivati al limite, che non ce la fanno più, che la situazione è insostenibile. E spesso è davvero così, perché hanno aspettato così tanto che il peso è diventato enorme.

Poi solitamente succede questo: prima ci si convince che non ci sia bisogno di chiedere aiuto, che passerà, che ci sono persone che stanno peggio. Poi, quando finalmente si decide di chiamare, si vuole un appuntamento subito, “per oggi pomeriggio se possibile” e per guarire possibilmente domani! Lo capisco, perché quando si è esausti si vuole smettere di stare male il prima possibile, è una risposta umana, non una colpa. Ma lo svincolamento ha i suoi tempi, e quei tempi non si accorciano aspettando di essere a pezzi per iniziare anzi, di solito si allungano.

Come riconosci che è arrivato il momento

Non c’è un segnale inequivocabile, netto e lampante, di solito è una combinazione di cose. Ci si sveglia stanchi anche dopo ore di sonno. Si ha la sensazione che le stesse situazioni continuino a ripresentarsi, come se si fosse bloccati in un copione che non si riesce a cambiare. Ci sono relazioni (di coppia, con i figli, al lavoro) in cui ci si sente sempre al limite. Si smette di fare cose che prima piacevano, quasi senza accorgersene. Si sorride agli altri ma dentro c’è qualcosa che non riesce a sorridere. Quella sensazione di trovarti sempre nello stesso punto nonostante gli sforzi, è quasi sempre la firma di un vincolo che non hai ancora riconosciuto come tale. O forse, più semplicemente, stai leggendo questo articolo e ti stai riconoscendo. Questo riconoscimento non è casuale. È il tuo sistema percettivo che registra qualcosa, che segnala uno squilibrio tra come stai e come vorresti stare (e non andrebbe ignorato).

Vuoi aspettare di toccare il fondo?

Ci sono persone che mi chiamano con le lacrime in gola, convinte di non avere “motivi validi” per stare così male. Persone che hanno la vita “oggettivamente bella” e si sentono in colpa perfino per la sofferenza che provano. Ci sono persone che hanno aspettato anni, convinte che avrebbero trovato da sole la strada. E probabilmente avrebbero continuato ad aspettare, se qualcosa non le avesse forzate a ripensarci. Forse anche tu hai bisogno di aspettare quel qualcosa. Oppure stai già riconoscendo quei vincoli che non ti permettono di vivere la tua vita come vorresti.

Il lavoro che faccio, attraverso il metodo che ho ideato negli anni, Percorsi S-Vincoli®, parte esattamente da qui: riconoscere i vincoli che ti tengono fermo, interrompere i meccanismi che li alimentano, e costruire un modo diverso di stare dentro le situazioni che pesano. Non si tratta di capire tutto di se stessi. Si tratta di sbloccare, in tempi ragionevoli, quello che non si muove con strumenti concreti. Il cambiamento è possibile, ma non si avvia da solo. Solo che per qualche strano motivo, spesso abbiamo bisogno di toccare il fondo per risalire a galla.

Qual è quindi il momento giusto per chiedere aiuto? È quello che si sceglie quando ci si stanca di soffrire.

D.ssa Giovanna Rosciglione

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