C’è una differenza abissale tra il sentirsi dire “Tranquillo, andrà tutto bene” e il sentirsi dire la parola esatta che accende un motore interno.Nel labirinto delle nostre insicurezze, spesso cerchiamo il conforto degli altri. Ma c’è una trappola sottile in cui si rischia di cadere: la trappola della rassicurazione continua.
Quando qualcuno ci rassicura ripetutamente, l’effetto a breve termine è lenitivo, ma a lungo termine il messaggio che arriva al nostro cervello è disfunzionale: “Ti rassicuro perché, da solo, penso che tu non ce la faccia”. La rassicurazione costante non fa altro che alimentare il bisogno di essere rassicurati. Diventa una “tentata soluzione fallimentare” che, invece di risolvere il problema, lo alimenta, trasformando l’insicurezza in un vero e proprio vincolo psicologico che blocca la nostra vita. Esistono però altri modi di ricevere fiducia. Uno, per esempio, è il modo di chi non ti protegge dal mondo, ma ti lancia nel mondo perché sa che hai le gambe per restare in piedi.
Quella frase che ti resta tatuata dentro
Può essere un genitore, un amico, un mentore o un professore. Persone capaci di trovare l’atteggiamento giusto e le parole esatte, quelle che non lasciano spazio a dubbi. Ricordo perfettamente un giorno di pieno sconforto durante i miei anni di studio al liceo. Una mia professoressa mi guardò e, invece di spendere parole di circostanza o scivolare nel pietismo, mi disse una frase chiarissima: “Tu cadi sempre in piedi.” Nessuna promessa, nessuna carezza consolatoria. Solo una fotografia della mia resilienza, scattata da qualcuno che in quel momento vedeva la mia forza molto meglio di quanto la vedessi io.
Quella frase mi è rimasta tatuata dentro, diventando per me un’ancora. Da allora, ogni volta che sono caduta, (ed è successo molte volte, perché la vita ti fa cadere) quella frase è risuonata nella mia testa come una profezia autoavverante. Sapevo che, in qualche modo, sarei atterrata sulle mie gambe. Aveva attivato in me una nuova esperienza emozionale correttiva.
Il potere (nascosto) di chi NON ci crede
Intendiamoci: per dovere di cronaca, nella mia vita ho collezionato anche parecchi commenti da parte di chi in me non ci credeva per niente. Eppure, a guardarci bene, anche lo scetticismo di chi dubita di noi ha un potere immenso. Dipende da noi però l’uso che ne facciamo. Se per qualcuno può diventare una condanna, per me è diventata una sfida, un limite da superare, il confine oltre il quale ho deciso di non volermi più far recintare. Se la fiducia della mia professoressa è stata il faro, la diffidenza degli altri è stata il carburante per dimostrate a me stessa le mie capacità.
Il problema sorge quando non abbiamo né l’uno né l’altro, o quando il giudizio degli altri si trasforma in un vincolo interno che ci blocca, nutrito da emozioni di base malgestite come la paura o il dolore.
E se ti ritrovi da solo? Rompi tu il vincolo
Avere qualcuno che crede in noi è un dono immenso, ma non tutti hanno questa fortuna. Ci sono momenti della vita, o interi percorsi, in cui non si trova nessuno sguardo capace di rimandarci la nostra potenzialità. Oppure ci sono persone che credono in te ma sei tu il primo a non farlo, quindi le rassicurazioni di mamma e papà confermano solo il bisogno di essere rassicurati, ovvero la propria insicurezza. Penso agli adolescenti che sembra si muovano al buio, o a chiunque si trovi incastrato in un momento di stallo, bloccato da vincoli soggettivi legati a emozioni di base malgestite come la paura, la rabbia, il dolore o il piacere.
Che si fa, allora? Si resta prigionieri del blocco? No. A quel punto devi diventare tu quella persona. Devi attivare il tuo personale processo di svincolamento.
Spesso si sente dire che per fare grandi cose bisogna prima “credere in se stessi”. Ma questa è un’illusione teorica. Come si può credere profondamente in se stessi all’inizio di un percorso, quando non si hanno ancora dimostrazioni concrete di ciò che si può diventare o fare? Chiedere a chi è bloccato da un vincolo di “credere in sé” è una richiesta paradossale che genera solo ulteriore frustrazione.
La tecnologia del “Come se” verso l’indipendenza
Per innescare il cambiamento e sbloccare la situazione non serve una fede incrollabile nelle proprie capacità; serve un’azione strategica. Serve applicare una tecnica antica e potentissima: comportarsi “come se”.
Chiediti: “Se io credessi fermamente in me stesso, cosa farei oggi di diverso? Come camminerei? Quale decisione prenderei? Come affronterei questa sfida?” E poi, semplicemente, fallo. Comportati come se la fiducia ci fosse già.
Questo non è un autoinganno superficiale, è una leva per scardinare le tentate soluzioni che ti tengono imprigionato. Comportarsi “come se” ti spinge a compiere azioni che altrimenti eviteresti, creando nuove esperienze concrete. È esattamente questo il cuore dei Percorsi S-Vincoli®: un modello strutturato che guida la persona a scoprire il proprio vincolo, individuare le trappole mentali sostenute da una o più emozioni non riconosciute (o malgestite) e, attraverso piccoli passi concreti e stratagemmi mirati, riorganizzare il cambiamento fino a conquistare la piena libertà d’azione e l’autonomia.
Ogni singola azione compiuta “come se” porta a un piccolo, nuovo risultato. Saranno proprio questi fatti concreti, accumulati giorno dopo giorno, a modificare definitivamente la percezione che hai di te stesso. Alla fine, quasi senza accorgertene, guardandoti indietro scoprirai una verità strabiliante: a forza di agire “come se”, avrai costruito fondamenta così solide da scoprirti a crederci davvero. Lo svincolamento è compiuto.
Se in questo momento non hai nessuno che ti ripete che cadrai in piedi, inizia a camminare come se il terreno sotto i tuoi piedi fosse fiero di sostenerti. Il primo passo per la tua indipendenza inizia da te.



