L’ILLUSO DELUSO. QUANDO L’ASPETTATIVA CHE TI DELUDE E’ LA TUA.

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C’è una sequenza che torna con una regolarità impressionante, nel lavoro clinico e nella vita di tutti: ti illudi, rimani deluso e da lì scivoli in uno stato che, se si ripete abbastanza volte, diventa depressivo. Tre passaggi quasi automatici. E quasi sempre chi li vive non li vede come una sequenza, ma come una serie di colpi subiti dall’esterno.

È qui che vale la pena fermarsi, perché è proprio in questo punto che il meccanismo si nasconde meglio.

Il bisogno è tuo, anche quando lo trasferisci su qualcun altro

Parti da qualcosa di legittimo: hai un bisogno, o un desiderio. Vuoi che una persona si comporti in un certo modo, che ti risponda, che ti dia un riconoscimento che aspetti da tempo. Oppure vuoi che una situazione (lavorativa, familiare, sentimentale) prenda una direzione precisa.

Fin qui nulla di patologico. I bisogni esistono, i desideri esistono, e non c’è alcuna colpa nell’averli.

Il problema comincia un passo dopo, quando quel bisogno smette di essere percepito come tuo e comincia a essere vissuto come qualcosa che l’altro ti deve. Senza che nessuno l’abbia mai sancito esplicitamente, l’aspettativa si trasforma in un diritto implicito. E un diritto implicito, quando viene disatteso, non genera semplice tristezza: genera rabbia, perché viene percepito come un torto.

Più ci investi, più cresce l’aspettativa (anche se non dipende da te)

C’è un secondo elemento che aggrava tutto, e che spesso passa inosservato: l’aspettativa è direttamente proporzionale a quanto ci investi.

Più ti attivi per far succedere quella cosa, anche quando l’esito non dipende minimamente da te, più l’aspettativa si gonfia. Mandi quel messaggio in più, ci pensi, prepari il terreno, ci lavori sopra mentalmente per giorni. Ogni gesto, invece di scaricare la tensione, la alimenta. Perché ogni volta che ti muovi in quella direzione, stai implicitamente scommettendo su un certo esito.

E più alta è la posta che hai messo sul tavolo, più rovinosa è la caduta se le cose vanno diversamente. Non è un caso che le delusioni più devastanti arrivino quasi sempre dopo i periodi in cui ci siamo dati più da fare per “far andare le cose in un certo modo”, anche quando, a guardarla bene, quella cosa non era nelle nostre mani.

La delusione è reale. Il bersaglio, spesso, è sbagliato

Quando la realtà non corrisponde a quello che ti eri costruito in testa, la delusione arriva. Ed è reale: non sto suggerendo di minimizzarla o di “vederla diversamente” con qualche tecnica di pensiero positivo.

Il punto è dove va a finire quella delusione.

Nella maggior parte dei casi, va a finire sull’altro. “Mi ha deluso”, “Si è comportato male”, “Non potevo aspettarmi di meno da lui/lei”. Frasi che spostano l’intero peso dell’evento fuori da noi, come se l’aspettativa fosse stata un patto firmato da entrambe le parti, e non una costruzione fatta in solitaria, nella nostra testa, magari senza che l’altro ne sapesse nulla.

Questo spostamento ha una funzione precisa: ci evita di guardare la nostra parte. Ma ha anche un costo, ed è un costo che si paga nel tempo.

Quando la delusione non si elabora, si sedimenta

Se non ci assumiamo la responsabilità delle nostre aspettative, il dolore della delusione non si chiude, resta in sospeso, e ogni delusione successiva si appoggia su quelle precedenti, costruendo gradualmente una convinzione: il mondo è ingrato, le persone deludono sempre, non vale la pena sperare in niente.

Non è un salto improvviso. È un processo che si autoalimenta, episodio dopo episodio, finché la persona non si ritrova a vivere uno stato che riconosciamo come depressivo, non come crollo isolato, ma come l’esito di anni di aspettative trasferite, deluse e non elaborate.

Cosa significa, in pratica, prendersi la responsabilità

Non significa smettere di avere bisogni, né diventare persone distaccate o “blindate” a cui niente fa più effetto. Significa, molto concretamente, fermarsi prima (o anche dopo, va bene comunque) e farsi tre domande:

  1. Questa aspettativa l’ho comunicata, oppure l’ho solo immaginata come ovvia? 
  2. Era realistica, basata su quello che conosco di questa persona o di questa situazione, oppure era un desiderio vestito da certezza? 
  3. E soprattutto: il bisogno che c’è sotto, è qualcosa che posso soddisfare anche per altre vie, magari senza passare da quella persona o da quella situazione specifica?

Prendersi questa responsabilità non è autocolpevolizzazione. È l’opposto: è l’unico modo per riprendere in mano qualcosa che, finché resta proiettato sull’altro, dipende sempre dalle sue mosse e mai dalle tue.

Il vantaggio di riconoscere che il bisogno è tuo

Quando sai che un bisogno è tuo, hai delle opzioni che prima non vedevi. Puoi trovare altri modi per soddisfarlo. Puoi ridimensionarlo, se era sovradimensionato rispetto alla realtà. Puoi dirlo apertamente a chi ti sta vicino, trasformando un’aspettativa silenziosa in una richiesta chiara, cosa che, tra l’altro, aumenta enormemente le probabilità che venga davvero ascoltata.

Ma finché quel bisogno resta nascosto dietro la delusione per il comportamento di qualcun altro, resta intatto. E continua, silenziosamente, a fare male, pronto a ripetersi alla prossima occasione, con lo stesso schema, magari con un’altra persona, ma con lo stesso copione di fondo.

Vale forse la pena, ogni tanto, fermarsi su questo: quante delle delusioni che porti con te in questo momento nascono davvero da un torto subito, e quante invece da un’aspettativa che avevi costruito tutta da sola, senza che nessuno l’avesse mai sottoscritta?

Non è una domanda comoda, e non richiede una risposta immediata. Ma è proprio da lì che si comincia a intravedere uno spazio diverso: quello in cui non si è più legati all’esito che qualcun altro decide, ma puoi muoverti tu, secondo i tuoi tempi e le tue possibilità reali. È quello che, nel mio lavoro, chiamo svincolarsi: non dal bisogno, che resta legittimo, ma dal vincolo che lo tiene appeso alle scelte di un altro.

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