La paura di crescere: cosa resta quando si supera un problema

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C’è un momento, in terapia, che a un osservatore esterno sembrerebbe la fine del lavoro, e che invece per il paziente è spesso l’inizio del pezzo più difficile. È il momento in cui un problema che sembrava fatto apposta per non finire mai, finalmente si scioglie e la persona, invece di sentirsi sollevata, si sente persa. Dietro quel momento, quasi sempre, c’è la paura di crescere.

L’ho visto ancora una volta pochi giorni fa, con un paziente che seguo da anni: un ragazzo di ventotto anni, il tipo di persona che si costruisce ostacoli più grandi di quello che sono in realtà: una preoccupazione diventa una minaccia, una difficoltà diventa un muro. Il problema c’era, ma nella sua testa il volume era alzato ben oltre la sua reale portata. Il lavoro fatto insieme, seduta dopo seduta, è stato soprattutto uno: riportare quel volume a un livello gestibile.

Ci siamo riusciti. Lui stesso, di recente, se n’è accorto: “In realtà queste cose che mi davano fastidio ormai le gestisco.” Detto da un paziente, è il risultato che un terapeuta spera di sentirsi dire. Lui invece era a disagio, quasi in “lutto”.

La paura di crescere sotto il vincolo

In Percorsi S-Vincoli®, il metodo che ho costruito su oltre vent’anni di lavoro clinico, parto sempre da un’idea semplice: un problema che si ripete nel tempo, quasi sempre, non è solo un problema. È anche un vincolo che tiene ferma la persona in un punto preciso, e le risparmia di doversi muovere verso qualcosa di più temuto.

In questo caso il vincolo aveva un nome preciso: la paura di crescere. La paura di prendersi le responsabilità che competono a un giovane adulto di ventotto anni, una vita da costruire, scelte da fare, un futuro che non si programma da solo. Finché il primo problema restava attivo, funzionava anche come un “permesso”. Il permesso di non rischiare, di non decidere, di restare dentro una quotidianità piccola e protetta, giustificata agli occhi suoi e degli altri da qualcosa che non dipendeva da lui.

Tolto il primo vincolo, cade anche quel permesso. E resta la domanda più scomoda che esista: e adesso? Se non sono più “quello con quel problema”, chi sono? Cosa devo fare della mia vita, visto che nessun ostacolo reale me lo impedisce più?

Perché non ci si ferma al primo vincolo

È il motivo per cui, nel mio lavoro, non considero mai risolto un caso solo perché il sintomo iniziale si è ridimensionato o è sparito. Un vincolo tolto in fretta, senza guardare cosa proteggeva, quasi sempre ne scopre subito un altro sotto, oppure lascia la persona in un guado: non più bloccata dal vecchio problema, non ancora libera di scegliere quello nuovo.

A questo ragazzo non l’ho rassicurato dicendogli che va tutto bene, e non l’ho lasciato colpevolizzarsi per questa reazione. Gli ho restituito la lettura di quello che stava succedendo: non stai regredendo, stai scoprendo il vincolo vero, quello che il primo aveva la funzione di coprire. Ho normalizzato la paura, senza lasciargli lo spazio per farne un nuovo alibi.

Una domanda che vale anche fuori dallo studio

Vale per un paziente in terapia, e vale allo stesso modo per chi non ci ha mai messo piede in terapia: quante volte un problema, un limite, una scusa ricorrente ci ha tenuto comodamente al riparo da una scelta più grande e più scomoda? Togliere un vincolo, quando quel vincolo faceva anche da alibi, non è mai solo un sollievo. C’è quasi sempre, prima della libertà, un vuoto che spaventa più del problema che l’ha preceduto.

Tu, in che occasione ti sei accorto che un ostacolo che pensavi di voler superare, in realtà, ti stava anche proteggendo da qualcosa di più grande?

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