Resistere alla frustrazione: perché chi molla ha già perso

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In terapia lo vedo spesso, così come fuori dallo studio, nella vita di tutti i giorni. C’è un momento preciso in cui una persona decide di mollare. Non arriva quando le cose vanno male. Arriva quando vanno lentamente, quando il cambiamento che desidera non si vede ancora, ma la fatica invece sì.

Mollare in quel momento è facilissimo. È la cosa più naturale del mondo, e nessuno intorno a te ti biasimerà per averlo fatto. Il problema è uno solo: chi molla lì, ha già perso. Non perché non fosse capace, ma perché ha smesso un attimo prima che il risultato si mostrasse.

La crema che non si monta (finché si monta)

Hai presente quando prepari una crema? Metti gli ingredienti, cominci a mescolare e per un tempo che sembra infinito non succede niente. Il liquido resta liquido. Giri, giri ancora, e nulla. A un certo punto pensi che qualcosa sia andato storto, che non si consoliderà mai.

Poi, tutto a un tratto, in pochi secondi, quel liquido diventa crema.

Non è successo per magia proprio in quell’istante. Stava succedendo per tutto il tempo in cui sembrava non succedere niente. Ogni movimento del cucchiaio lavorava, anche quando i tuoi occhi non vedevano nessun cambiamento. Chi smette di mescolare un minuto prima non avrà mai la crema. E dirà, in perfetta buona fede, che «non si poteva fare».

Perché abbiamo tanta fretta di vedere i risultati

Prendi chi vuole perdere peso. Cambia alimentazione lunedì, sale sulla bilancia mercoledì, e se l’ago non si è mosso, molla. Torna alle vecchie abitudini e conclude: «non ce la farò mai».

Il corpo, però, non ragiona a giorni. Certi processi hanno bisogno di settimane per diventare visibili, anche quando dentro qualcosa si sta già muovendo. Chi non regge l’attesa scambia la lentezza del risultato per la sua mancanza. Sono due cose diverse, e confonderle ha un prezzo alto da pagare.

Da terapeuta, il punto che mi interessa è proprio questo: spesso il problema non è la strada (a volte è anche quella!), è la frustrazione lungo la strada.

Mollare è una tentata soluzione che ti frega

Ogni comportamento che ripetiamo per stare meglio ma che finisce per tenerci fermi è una tentata soluzione. Mollare è esattamente questo. Quando la frustrazione sale, mollare la spegne all’istante. Provi sollievo, il fastidio sparisce, sembra la scelta giusta. E in quel momento in effetti lo è, perché ti toglie il disagio.

Ma quel sollievo costruisce un vincolo. Ogni volta che molli per non sentire la frustrazione, insegni a te stesso una cosa precisa: che non sei in grado di reggerla. La volta dopo mollerai prima. E poi ancora prima. Finché «non ce la faccio» smette di essere qualcosa che dici e diventa il modo in cui ti descrivi. È così che una scorciatoia per stare meglio si trasforma nella gabbia in cui resti imprigionato.

Resistere alla frustrazione si allena

Ecco la parte che cambia tutto: la tolleranza alla frustrazione non è un tratto con cui si nasce. È una capacità che si costruisce, come un muscolo. Chi resiste non ha ricevuto in dote una pasta diversa dalla tua. Ha solo allenato quel muscolo più a lungo.

Non ti chiedo di stringere i denti e soffrire. Ti chiedo di cambiare il modo in cui guardi quel vuoto in cui «non sta succedendo niente». Perché è lì, proprio nel punto in cui vieni tentato di smettere, che il processo sta facendo il suo lavoro.

La prossima volta che senti l’impulso di lasciar perdere, fermati e chiediti una cosa: sto mescolando una crema che non si è ancora montata, o sto davvero sbagliando ricetta? Nella grande maggioranza dei casi è la prima. Ma la crema arriva solo per chi continua a girare il cucchiaio. Chi resiste alla frustrazione non è più forte degli altri. Ha imparato a non dare retta a quella voce che, al primo cedimento del braccio, sussurra «lascia stare». Puoi impararlo anche tu.

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